Parlare delle diverse forme dell’arte contemporanea in Ungheria e nei “paesi dell’Est” negli anni tra il 1960 e il ‘70 non è mai stato facile, in quanto occorre tenere presente la diversità della società ungherese di ieri e di oggi e la capacità di particolari situazioni che hanno condizionato l’attività artistica in queste nazioni. 

Allora in Ungheria e nelle nazioni aderenti al patto di Varsavia, lo “Stato” era di gran lunga il committente di opere d’arte sia per quanto concerne l’abbellimento di edifici pubblici sia per la necessità di arricchire pubbliche raccolte o per illustrare testi letterari o poetici. 

Il “realismo socialista” e “l’arte per il popolo” hanno portato a una produzione modesta di “descrizione” di realtà mentre le opere di argomento antifascista o antinazista sono state percepite e intese in pieno. Comunque una produzione artistica legata ad argomenti naturalistici è stata sempre considerata ed apprezzata. Negli anni ‘60 si sono notati segni di cambiamento e tolleranza nei rapporti stato - cittadino - partito in quanto il nascente turismo e la possibilità per gli ungheresi di recarsi all’estero hanno dato la spinta agli artisti di accogliere le novità.
Era fondamentale, allora, per gli artisti il viaggio di studio in Jugoslavia.

 

Le opere dei grafici ungheresi presentate alla mostra "Memorie necessarie. Sguardi su grafica, disegni e oli anni ’60 e ’70" (giugno - luglio 2016, Cesena) comprendono tutti i migliori cultori magiari di questo splendido mezzo espressivo dai vecchi maestri come Borsos, Báalint alla generazione successiva di Szász, L. Kondor, di Gross, candido e fantasioso come un Chagall a Dòra Maurer dalla tecnica raffinata e dalla squisita sensibilità.

Il mio primo viaggio a Budapest è stato agli inizi degli anni’70, in pieno inverno. Partenza in treno linea Venezia - Vienna – Budapest. La capitale austriaca ci ha accolti con un gran sole nella fredda e gelida mattina di febbraio. Nel primo pomeriggio ci siamo trasferiti in un’altra stazione per andare a Budapest. Arrivati al confine le guardie doganali sono salite per i controlli.

 

Ricordo ancora con un po’ di timore gli sguardi severi dei poliziotti intenti al loro lavoro su bagagli e valigie. Siamo arrivati nella capitale magiara nel tardo pomeriggio.
Nonostante la stanchezza ho visto e accolto subito l’abbraccio di una città bellissima, un po’ grigia e poco movimentata. Il soggiorno è durato circa 10 giorni e ho subito conosciuto persone straordinarie che sono rimaste per sempre nel mio cuore. Ero molto giovane, entusiasta di tutto, ai primi approcci con l’arte e gli artisti. Per me tutto era scuola: in silenzio ho ascoltato, osservato, immagazzinato informazioni e mi sono stordita dalle tante novità e ho capito da subito quanto grande fosse la mia ignoranza e la non conoscenza di troppe cose. 

Ho conosciuto Arnold Gross, l’incisore poeta che con il suo segno delicato e fantasioso mi ha divertito molto. Ricordo la sua casa, modesta, paragonata alle nostre abitazioni, piena di fogli incisi e libri; con lui abbiamo avviato una conversazione piacevole, in italiano, lingua che conosceva abbastanza bene. In Ungheria lo studio della lingua italiana, allora, era molto diffuso e apprezzato.

Ci siamo deliziati per anni con le sue meravigliose lettere con incisioni e disegni personalizzati da custodire con grande amore!
Ricordo di avere incontrato il grande maestro Endre Báalint, mi sembrava molto anziano e provato dalla vita (non aveva neanche 60 anni!). Ritornato in patria dopo un lungo soggiorno a Parigi dove aveva incontrato i più grande del tempo. Ci ha raccontato le sue esperienze di vita, dolorose e intense, la sua pittura surrealista veramente di gran pregio.
È stato anche scrittore e ha eseguito numerose illustrazioni per la Bibbia.
Questo incontro mi ha commosso molto, i suoi ricordi sulla rivoluzione ungherese e le sue esperienze artistiche in Europa sono state per me grandi lezioni di vita.

 

Quei giorni sono passati in fretta, ho incontrato molte persone desiderose di parlare, di lasciare testimonianze, ho visitato musei anche fuori dell’orario pubblico; ho fatto la fila per comprare delle striminzite mele, per comprare un gelato, ho visitato i grandi magazzini con le poche e non certo invitanti merci esposte. Una vivacità culturale c’era ma timida e non espressa in pieno.
Non era ancora il momento. Abbiamo cercato Dòra Maurer e la mamma ci ha detto che era a Vienna perché sposata e quindi, con doppia cittadinanza, aveva scelto di vivere a Vienna dove certamente le era più facile realizzarsi. Ci siamo poi sentiti e ci siamo promessi di vederci al ritorno alla stazione a Vienna. Abbiamo visitato molti negozi di bibliografia e fatto acquisti molto interessanti.

 

Al ritorno, lungo il confine con l’Austria, solita lunga fermata per il controllo doganale, severo e minuzioso, quasi da paura. Alla stazione di Vienna ho conosciuto Dòra Maurer e suo marito Tibor Gáyor, architetto e grafico di gran pregio, amici a prima vista.
Da allora con Dòra e Tibor ci siamo rincontrati più volte a Vienna nella loro casa e ho avuto il grande piacere di ospitarli a Fano durante l’estate.

 

Una grande, bella e affettuosa amicizia che, purtroppo, come molte cose belle con gli anni ha preso altre strade ma non è stata mai dimenticata. Ho continuato a seguire il lavoro di Dòra e l’evolversi del suo segno grafico e delle sue molteplici sperimentazioni e ho notato con piacere che in questi lunghi anni è diventata insegnante all’Accademia di Belle Arti di Budapest, artista di fama non solo nazionale ma veramente internazionale con esposizioni in tutto il mondo compreso il prestigioso MoMa di New York. Ho sempre nel cuore il grande desiderio di rincontrala.

Paola Cercolani

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